Le ambiguità del pacifismo. Luci e ombre di un movimento nato dalla Perugia-Assisi

Collana: Saggistica varia
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Formato: 13 x 21 cm
Pagine: 152 + Cop. in brossura con bandelle
Edizione: Settembre 2011
Lingua: Italiano
Illustrazioni: a colori e in B/N
ISBN: 978-88-7381-395-8
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Libro cartaceo
12,00
10,20 €
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TRAMA
Era una luminosa giornata di settembre del 1961 quando quindicimila persone percorsero i 21 chilometri che distano fra Perugia e Assisi. La prima marcia della pace fu l’atto di fondazione del pacifismo italiano. In testa a quel lungo serpentone c’era l’animatore e l’inventore di quella manifestazione: il filosofo nonviolento Aldo Capitini. Con lui giovani e intellettuali (da Bobbio a Calvino), rappresentanti dei partiti – anche se non tutti aderirono, vedi la Dc – e intere famiglie operaie e contadine col vestito buono e i loro bravi cartelli. Non che prima di allora non ci fossero stati gruppi pacifisti: c’erano i sedicenti partigiani della pace, figli del Pci, e alleati di Mosca, c’erano piccole aggregazioni di nonviolenti. Ma il 24 settembre del 1961 nacque il pacifismo come movimento di massa. Un buon esordio, ma subito dopo iniziarono scontri e strumentalizzazioni.
Capitini, ghandiano doc non riuscì ad organizzare una seconda marcia Perugia-Assisi, paralizzato dai veti incrociati. L’iniziativa rispuntò dieci anni dopo la sua morte con caratteristiche profondamente diverse. Con alcune luci e tante ombre. Ne nacque un movimento largamente egemonizzato dal Pci. Silenzioso verso le violazioni dei diritti umani nell’Est comunista e caratterizzato da un forte spirito antiamericano: manifestò contro gli euromissili degli Stati Uniti, ma non proferì verbo contro gli SS20 sovietici che erano stati istallati prima della decisione di Carter di mettere i Pershing e i Cruise in Europa. Il governo italiano però – Cossiga e Craxi in testa – fece una scelta nettamente filoccidentale e il pacifismo “a senso unico” subì una secca sconfitta. E, prim’ancora, la dura critica di alcune sue componenti: i radicali. Oltrechè antiamericano, il movimento ha assunto anche connotati antisraeliani e filoarabi. L’equidistanza, il neutralismo del suo fondatore è stato più volte calpestato. Capitini – come attesta un suo carteggio in parte con Lucio Lombardo Radice – guardava con simpatia allo stato di Israele. Il libro è una storia critica – nel cinquantenario della prima marcia – del pacifismo e delle sue ambiguità. Su tutto una domanda: il pacifismo è utile? Può essere vincente? Se si, quando e come può esserlo? E quando invece può diventare sbagliato e pericoloso?
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